CONTRASTI E STRATEGIE

CONTRASTI

Uno dei rischi del reiterare nel tempo la stessa tesi è quello di ritrovarti a scrivere sempre lo stesso pezzo. Lì per lì ti pare di non aver niente di nuovo da dire, eppure la produzione di prove ed evidenze in quantità ti conforta e porta mattoni alla tua “casetta dei complotti”.

Quindi, sunteggiando al massimo, la domanda retorica potrebbe essere così posta: Com’è che il Milan non c’ha manco gli occhi per piangere, non sa se e come arriverà a domattina, eppure tratta Sensi, Schick, Ceballos, Torreira, Mancini, Veretout e Mario Rui, provando anche lo sgambetto all’Inter per Barella?

E com’è che l’Inter, che pure a Maggio è uscita dal Settlement Agreement –finalmente qualcuno pare accorgersene!– continua ad avere l’assoluta necessità di fare plusvalenze (20 , 30, 40 milioni!), cosa che invece per tutti gli altri è solo un’opportunità da cogliere if and when?

La risposta, nemmeno troppo fantasiosa ma terribilmente reale, è che #ècomplotto.

Il fascino di dipingere un’Inter in difficoltà, a navigare a vista in mezzo al mare in tempesta è evidentemente irresistibile, con i nostri pennivendoli incapaci di cambiare spartito nonostante il mood della serata suggerisca di cambiare repertorio. Quel che su una sponda del Naviglio è un rischio, un pericolo, un ostacolo cui fare attenzione, sulla riva “giusta” e zuccherosa è invece un’opportunità, un sogno, un progetto. L’ho già scritto, lo so, non rompete. C’ho ragione e lo sapete anche voi.

Negli anni cupi delle nozze coi fichi secchi abbiamo salutato ad ogni finestra di calciomercato le partenze di Icardi, Perisic e compagnia, prontamente rinfoderate dagli scrivani di corte e rimandate alla fermata successiva. Nessuno, dico nessuno, ha mai fatto un’analisi complessiva del periodo di vigilanza-UEFA cui l’Inter ha dovuto sottostare e del come sia riuscita ad uscirne economicamente indenne o quasi.

E’ innegabile che i risultati sportivi degli ultimi 5 anni nereazzurri siano stati al di sotto della storia del Club. Gli ultimi due anni, con la qualificazione in Champions raggiunta all’ultimo, hanno risollevato una media davvero bassa visti i 110 anni di storia nerazzurra.

Ciò detto, vediamo anche di capire a fondo il periodo che l’Inter si sta mettendo alle spalle. Il termine di paragone in Italia non può che essere la Roma, unica altra squadra ad aver dovuto accedere al Settlement Agreement per risolvere i propri problemi di bilancio.

Senz’altro lo scouting giallorossi (Sabatini in primis) ha permesso ai lupacchiotti di scovare negli anni carneadi o giocatori dimenticati, facendoli diventare (o tornare ad essere) ottimi giocatori: Alisson, Rudiger, Manolas, Strootman, Lamela, Kolarov, El Shaarawi.

Il tifoso romanista obietterà che poi nulla è stato fatto per tenere in rosa il talento fatto crescere, e non potrei essere più d’accordo. Uno dei passaggi più significartivi dell’addio di De Rossi è stato proprio il riferimento al “livello successivo” cui ci si avvicinava sempre ma a cui non si arrivava mai, viste le periodiche necessità di vendere per far cassa:

Piccolo dispiacere negli anni è che tante volte, anche con la passata stagione, ho avuto la sensazione che la squadra ha fatto un passo indietro sul più bello“.

Daniele De Rossi, 14 maggio 2019

L’Inter, se mi si passa il paragone, di talento in questi anni ne ha generato meno. Si è trovata un centravanti come Icardi quasi senza farlo apposta, ha fatto crescere bene i due croati e ha pescato il jolly con Skriniar due anni fa. Contrariamente alla Roma, è però riuscita a tenerli in rosa, riuscendo a chiudere i vari bilanci entro i limiti prefissati dall’UEFA e sbugiardando le cassandre che preconizzavano de profundis a mezzo stampa, per la epidermica goduria di chi scrive.

In sostanza: voto 8 al ragioniere, voto 5 al direttore sportivo.

Ho sempre pensato che, soprattutto in periodi di ristrettezze economiche, più ancora che vendere bene, fosse essenziale comprare benissimo. Il che vuol dire non fare operazioni inutili, e non comprar bidoni.

Grazialcazzo, direte voi. Eppure non è così immediato come concetto.

E’ peculiare il fatto che ogni stagione di calciomercato parta all’insegna di “tre-quattro innesti, non di più” e finisca puntualmente con una dozzina di operazioni il cui valore aggiunto, quando c’è, è assai modesto. A chi giova tutto ciò? Siamo davvero (come Inter, come calcio italiano) nelle mani dei procuratori in maniera così sfacciata? Della serie: ho già 3 mediani ma devo un favore al Raoila di turno e quindi mi prendo anche il quarto?

Spero di no, ma non trovo altre spiegazioni tecniche per tanti acquisti visti arrivare negli ultimi anni.

STRATEGIE

Non che il mercato che sta iniziando abbia prodromi così diversi. Sulla fascia destra ad esempio, abbiamo in rosa D’Ambrosio, Candreva e Politano: tre giocatori con caratteristiche diverse, siamo d’accordo, ma che calpestano le stesse zolle di campo, e con un allenatore che pare essere convinto del suo 3-5-2 e che quindi ha bisogno di un solo giocatore che faccia su e giù per tutta la corsia.

Possiamo discutere su chi dei tre sia il più indicato a fare questo mestiere (nessuno?), ma non mi è chiara la strategia che porta a comprare il quarto giocatore di fascia destra, con gli altri tre ancora saldamente ai loro posti. Ammetto la mia ignoranza, e la prossima volta che sentirò il nome di Valentino Lazaro sarà la seconda. Spero sia fortissimo, ma qual è il senso di prenderlo quando ne hai già tre in rosa che -chi più, chi meno- giocano nello stesso ruolo?

Probabilmente non sarei mai diventato un bravo direttore sportivo, perchè vedo che nessuno in Serie A ragiona come ragionerei io: com’è messa la rosa? Dove sono i punti deboli? Partiamo da quelli, rinforziamo la catena partendo dagli anelli più molli, e da lì risaliamo.

Invece vedo ragionamenti diversi, per non dire opposti. Restando in tema Inter, si parla di rivoluzionare in toto o quasi l’attacco. via Icardi, Perisic e Nainggolan sul mercato in attesa di offerte, cercando in cambio Dzeko, Lukaku e Barella. Tutti acquisti difficili perchè all’Inter, da sempre, nessuno concede sconti nè fa favori (ma questo necessiterebbe di un approfondimento a parte).

In compenso, ci teniamo stretti Gagliardini, Candreva, Borja Valero…

Non capisco. Ma non è una novità.

Current mood

DE PANZA E DE CAPOCCIA

Ragazzi, ragioniamoci insieme perchè il momento è delicatissimo per tutti.

La domanda delle 100 pistole è questa: fino e a punto l’amore per i nostri colori può essere superiore, farci resistere, abbozzare e deglutire anche di fronte a scempi fino a poco fa nemmeno concepibili?

Tifosi che ho sempre ritenuto illuminati e fulgidi esempi di complottismo ragionato hanno espresso il loro personalissimo “No Maria io esco“, e ne rispetto la coerenza e la lucidità.

Faccio un esercizio di stile, prendendo questa teoria e ficcandola in mezzo ai miei quattro neuroni, e mi chiedo: sono io in grado di rinunciare a mente fredda all’amore per l’Inter, decidendo scientemente di spegnere una passione che mi accompagna da più di quarant’anni?

Mi spiace per la consorte, ma no, non ne sono capace. Non a freddo, non a priori, non a tavolino.

Attenzione: non è detto che si arrivi a un momento del genere. Ma, se così sarà, il motivo dovrà essere viscerale e non razionale. In altre parole, e per tornare al titolo di questa spataffiata, de panza e non de capoccia.

Da quando sono piccolo e frequento San Siro, il momento più bello della partita è la salita dagli scalini e la vista di quel prato verde verso cui, nei successivi 90 minuti, vomiterai improperi e insulti saltuariamente inframmezzati da applausi e urla di giubilo.

Analogamente, il fischio di inizio di qualsiasi partita vista in poltrona alle mie latitudini inizia con l’immancabile “Partiti!“, con analogo serpentun nello stomaco.

Ecco: quello sarà il termometro migliore per capire quanto le strisce nere e azzurre riusciranno a mascherare a sufficienza un inquietante contaminazione juventina che potrebbe non fermarsi alla (già più che sufficiente) combo Conte-Marotta.

Sarà solo la prova dei fatti che mi dirà se sarò ancora capace di emozionarmi per questi colori o se anche per me si è oltrepassato il punto di non ritorno.

Al solito, poco o nulla da ridire dal punto di vista squisitamente tecnico: il nuovo Mister e l’attuale Direttore sono, nei rispettivi ruoli, fior fior di professionisti ma, come giustamente detto, il passato non si cancella e nemmeno si dimentica. Si può cercare,- lì sì, con uno sforzo di concentrazione e impegno- di non pensarci, di ignorarlo scientemente, ma la puzza di gobbo resta.

Se poi dovesse davvero arrivare lo scambio Icardi-Dybala, tutte le teorie giudoplutomassoniche sul nemico che arriva a distruggere l’avversario dall’interno troverebbero una plastica rappresentazione. Non uno, non due ma tre indizi che, da sempre, nel mondo dorato dei Luoghi Comuni Maledetti, fanno una prova.

Da quelli là negli anni abbiamo sempre e solo ricevuto pacchi o poco più. Ibra e Vieira non li calcolo, perchè in quel caso la situazione era talmente eccezionale da non poter considerare quelle come vere e proprie trattative di mercato.

Dai tempi dello scambio Anastasi-Boninsegna, a Causio e Tardelli arrivati ormai pronti per il pensionamento, quando ci è andata bene dalla Torino bianconera abbiamo avuto giocatori dal rendimento sufficiente e nulla più. Limitandomi all’amato ruolo del terzino sinistro, penso al recente Asamoah o al dignitoso De Agostini, che ricordo con piacere per un gollonzo in un Derby ma proprio solo per quello.

Insomma, da quelli lì storicamente riceviamo poco.

Ci aspetta, o per lo meno MI aspetta, una stagione ancor più schizofrenica del solito, in cui ogni mossa o anche semplice dichiarazione di Conte (“non più pazza, l’Inter dev’essere forte“) verrà vivisezionata in ottica di rottura col passato, di discontinuità con la tradizione e con i valori nerazzurri.

Sono anni che vado dicendo che la retorica della Pazza Inter ha significato stagioni intere a crogiolarci nella nostra splendida imperfezione: onanismo mentale che ci ha fatto star fermi a ricordare i bei tempi mentre gli altri ci passavano avanti. Eppure, lo stesso concetto, detto da qualcun altro, può essere letto come una passata di spugna sulla lavagna, un reset non richiesto e una ripartenza fondata su un diverso DNA.

E’ difficile rimanere lucidi e non cedere alla tentazione -anche questa qualunquista- di buttar tutto nel cesso, all’insegna del “che cazzo vuoi che ne sappiano ‘sti cinesi qua di cos’è l’Inter“: pur arrivando da un pulpito che faccio fatica ad apprezzare, condivido il messaggio lanciato dalla Curva Nord. O meglio: inizialmente mi aveva lasciato un po’ spiazzato (sentir parlare proprio loro di legalità e garantismo…), poi ho letto quel che ne pensava Tony Damascelli (sì, proprio lui) e allora è stato facile accomodarmi dalla parte opposta certo di essere nel giusto.

Morale, che sia Conte a presentarsi spoglio di certi “valori” o presunti tali e pronto invece a farsi immergere dalla storia e dalla tradizione dell’Inter.

Per il resto, la speranza è che la squadra sia costruita cum grano salis e non con acquisti fatti tanto per fare o per far favori a procuratori compiacenti.

In altri termini, dal calciomercato mi aspetto Barella, Rakitic, mica Darmian e la rivalutazione del Gagliardini di turno.

Ma per questo ci sarà tempo.

Vado, è l’ora della terapia.

SISIFO INVORNITO

NAPOLI-INTER 4-1

Allora, sfoggiamo le quattro nozioni da Liceo Classico rimaste impigliate tra i pochi neuroni a disposizione e spieghiamo succintamente di cosa stiamo parlando.

Sisifo è uno dei tanti uomini della mitologia greca che, per vari motivi, viene cazziato dagli Dèi -vedremo poi perchè- e condannato a soffrire in eterno, un po’ sulla scorta di quanto avviene nei gironi infernali di Dante, tanto per fare paragoni sempliciotti ma come dicono i latini- famo a capisse.

Ora, nel caso di specie Sisifo è condannato a spingere una roccia dalla base alla cima di un monte, con la piccola aggravante di dover ripetere l’esercizio ogniqualvolta la roccia raggiunge il cucuzzolo della montagna visto che il masso, capriccioso, non trova di meglio da fare che rotolare nuovamente alle pendici del monte.

In termini post-ellenici, e citando Enzino Jannacci, lo si definirebbe “un laurà de ciula” e in pochi potrebbero dargli torto.

Ecco, il laurà de ciula è proprio la definizione plastica dei 90′ minuti giocati dai nostri in quel di Napoli domenica sera.

Con un’ulteriore aggravante: Sisifo infatti, per lo meno si era meritato la giusta punizione per essersi macchiato del peggiore dei peccati possibili nel mondo greco: quello di considerarsi pari -se non superiore- agli Dèi. E’ un affronto inaccettabile per Zeus e compagnia, simile ma ancor più grave del concetto di superbia, e difatti arrivati perfino ai giorni nostri con il termine originale di Ubris.

Se fossi più bravo con formattazioni e robe varie lo scriverei coi caratteri greci, o almeno metterei la dieresi sulla U. Insomma farei di tutto per non sentirlo pronunciare come fanno i meridionali (per una volta fatemi essere il leghista d’antan che non sono mai stato): i professori del liceo nati sotto Roma lo pronunciavano orrendamente iubris (anzi iubbbris, con un paio di B in omaggio), e il mio pur migliorabile accento ellenico trasecolava in raccapriccio.

Del resto, come i nordici suscitano al più una risata compassionevole quando cercano di imitare gli accenti del Sud, così sarà assai arduo trovare un napoletano, siciliano, pugliese o calabrese capace di pronuciare correttamente il più comune insulto lombardo “vadarvial…”. Ecco, quell’ultima “U” -qui omessa per eleganza- è foneticamente conosciuta come “U francese o lombarda” e si prounucia esattamente come la prima lettera della nuova parolina che abbiamo imparato.

Comunque, basta razzismi fonetici e torniamo ai nostri amatissimi craniolesi. Per lo meno, si diceva, quello là si credeva simile agli Dèi da quanto era figo, e per questo veniva punito. I nostri sembrano un’accozzaglia di invorniti stonati di grappa e in tenuta da spiaggia.

Ma diosanto! Avete buttato nel cesso ogni singolo punto di vantaggio nell’ultimo trimestre, riducendovi a dover conquistare tre punti in due partite. Il giorno prima di giocare, questi punti da tre diventano due, grazie al pari della Roma a Sassuolo. Cionondimeno, i nerazzurri scendono in campo contro un Napoli che nulla ha da chiedere al campionato (al contrario di noi) e che invece ci piglia a ceffoni senza nemmeno doversi impegnare più di tanto per un’ora e mezza.

Magari i nostri si fossero sentiti superiori agli Dèi! Almeno li avremmo visti andare tutti in attacco volendo spaccare il mondo, anche a costo di venire puniti in contropiede.

Macchè: la corsetta indolente di Miranda sui gol degli avversari è la miglior esemplificazione della non voglia di giocare dei nostri.

Non si salva nessuno, nè in campo, nè in panchina, nè in tribuna. Arriverei a salvare Handanovic (uno che piglia 4 pere il nostro uomo migliore…) e questo dice tutto.

Come confidato ad amici e parenti, se solo fossi un po’ meno tifoso sogghingnerei alla vista di questa tragicommedia commentando “vi sta bene!“.

Ma per fortuna o purtroppo lo sono, diceva Gaber, e quindi non ho il distacco necessario per prenderla con filosofia. Sono invece tra il preccupato, il rassegnato e l’incazzato.

Preoccupato perchè, scusate la banalità, si rischia di non arrivare nemmeno quarti dopo aver passato il 90% del campionato in terza posizione.

Rassegnato, perchè siamo la squadra tifata da Murphy, quello della legge: se c’è un modo per mandare tutto in vacca, state sicuri che l’Inter lo troverà.

Incazzato, perchè oltre al danno qui si rischia la beffa: non è tanto l’Atalanta in Champions a darmi fastidio (anzi: applausi a scena aperta), quanto il fatto che un nostro inciampo sul rettilineo finale andrebbe a tutto vantaggio di “quelli là”, che hanno una squadra non di una ma di due categorie inferiori in termini di rosa, talento e qualità, e che invece -vuoi per tenacia, vuoi per culo- è lì a un punto da noi, pronta ad approfittare dei nostri consueti psicodrammi.

La recente storia nerazzurra individua nel Lazio-Inter dell’anno scorso l’eccezione alla regola secondo cui i nostri, la partita decisiva, la sbagliano.

Solo quest’anno ne abbiamo giocate tre, fallendole tutte. PSV in Champions, Lazio in Coppa Italia, Eintracht in Europa League. Tre partite giocate in ciabatte, esattamente come visto domenica al San Paolo, segno evidente dell’assoluta mancanza di personalità da parte del gruppo nel suo complesso.

Da lunedì saremo pieni di liste di proscrizione, progetti triennali, conferenze stampa di presentazione con sorrisi a 32 denti e tifavo questa squadra fin da bambino, e tutti ci divertiremo nel dare voti e giudizi.

Ma del domani, oggi, me ne fotto. Oggi conta solo l’Empoli, che va battuto senza se e senza ma. Spero che i tanti che popoleranno le tribune di S.Siro siano capaci di dimenticare tutto per 90′ e tifare come pazzi, per poi sfogare tutto il loro livore arretrato al fischio finale.

Faccio solo una considerazione riguardo al futuro: io posso anche essere d’accordo con i tanti che dicono che “all’Inter servono solo due o tre ritocchi e poi è a posto“, ma torniamo sempre a parlare di zona grigia.

Mi spiego. Oggi, nell’Inter, di giocatori scarsi ipso facto non ce ne sono. Per fortuna non abbiamo più i Kuzmanovic, i Belfodil, i Montoya e i Dodò degli anni scorsi. Altrettanto, però, di campioni non ce n’è. Ce n’era uno che era campione a suo modo, e cioè Icardi, nel senso che segnava tanto quanto un campione. Per il resto abbiamo diversi buoni giocatori e qualcuno in alcune giornate buonissimo. Ma campioni, zero.

Ecco: se i tre “ritocchi” dovessero essere tre campioni (a caso: Godin, uno tra Modric e Rakitic e una punta di uguale spessore, della quale però al momento fatico ad individuare le sembianze) è possibile che il carisma dei succitati possa contagiare positivamente la succitata zona grigia. Ma se dobbiamo andare avanti per innovazioni incrementali, con Bergwjin per Perisic, Dzeko per Icardi, Danilo per D’Ambrosio… non credo che ne caveremo molto.

Ad ogni modo, ci sarà tempo per capirne di più, ora sotto con l’Empoli, con margini di errore tendenti a zero e propensione al turpiloquio tendente a infinito.

Anche l’orsetto non ne può più…

UN DILEMMA AGGHIACCIANTE

Il titolo è facile ma la riflessione è assai contorta.

L’ipotesi è che l’Inter faccia bene (o male) a prendere Conte come prossimo allenatore.

La tesi muove da una prima linea di demarcazione, che correrà per tutto il post: un conto è il ragionamento del tifoso, un altro quello del distaccato osservatore di cose nerazzurre.

Ovvio che chi scrive si ritrovi assai di più nella prima categoria, ma cercherò comunque di essere quanto più equidistante possibile.

Il tifoso non può accettare l’arrivo di un personaggio come Antonio Conte: anche sorvolando sul trapianto di capelli (il Mancio si era rifatto le borse sotto gli occhi, eppure l’abbiamo amato per tanto tempo), il chierichetto lo ricordo col sorriso beffardo negli spogliatoi di Udine al 5 Maggio dichiarare alla telecamera che stava godendo, anzi “gotento”, sfoggiando il marcato accento salentino.

Non solo: è stato capitano di una Juve moggiana e lippiana -ancor di più agricoliana- che ha vinto per buona parte degli anni ‘90 in un ladrocinio di campionati e coppe che avevano un unico comun denominatore: il ricorso massiccio all’abuso di farmaci. L’ematocrito di Deschamps ai livelli del miglior scalatore del Tour de France, o i cardiotonici dati come se fossero caramelle hanno segnato le vittorie di quegli anni, che solo la prescrizione (sì, cari gobbi, i veri prescritti siete voi…) ha salvato dalla condanna della giustizia ordinaria – per quella sportiva era ahimè tardi.

Non che come allenatore il nostro abbia iniziato meglio… Prima della scia di vittorie in bianconero, il nostro tra Siena a Bari -lui leccese dint’– casca nel puttanificio di partite accomodate e scommesse serpeggianti, per le quali tutti ricordiamo il suo patteggiamento di malavoglia. Come succede nei migliori casi, l’imitazione è più fedele dell’originale.

Infine, l’arrivo di Conte seguirebbe di pochi mesi quello di Marotta, già digerito a fatica. Le ultime voci parlano anche dell’aggiunta di qualche altro transfuga dalla parte sbagliata di Torino. Tutto ciò di certo non fa dormire sonni tranquilli sulla riva giusta del Naviglio. Del resto basta tornare indietro al precedente tentativo, vecchio giusto di un ventennio, per ricordare come finì.

Mai più, dissero tutti gli interisti, che pure con Trapattoni avevano avuto la prova che l’esorcismo poteva anche avere successo.

E proprio il grande Giuànin, che era andato a scovare Conte in Puglia ad inizio anni ‘90, potrebbe essere il trait d’union tra i due stati d’animo di questo sproloquio.

Vero: Conte è gobbo, ma non arriva dritto-dritto dalla Juve. Di più: non si è lasciato bene con Agnelli, il che dalle mie parti è sempre un pregio (il nemico del mio nemico è mio amico). Dopo quei tre scudetti in bianconero (su cui tornerò infra) ha fatto un mezzo miracolo con la Nazionale, uscendo ai quarti all’Europeo dopo i rigori con la Germania ma avendo prima battuto la Spagna, il tutto con Giaccherini, Pellè, Darmian, Sturaro ed Eder e facendo appassionare agli azzurri anche un mondialista come me. Chiuso con l’Italia, va a Londra e vince col Chelsea, prima di finire nelle antipatie di Abramovic e compagnia e lasciare la parola alle spade (leggasi avvocati e richiesta di risarcimento plurimilionaria).

Accetterei quindi il suo arrivo all’Inter? Boh, torniamo al dilemma iniziale: il tifoso, manco p’ocazz, l’interista freddo e distaccato -if any- magari sì.

Non dimentichiamo infatti che Conte ha preso una Juve conciata molto peggio dell’Inter attuale e, complice il nulla pneumatico di quegli anni, è riuscito a vincere subito. Certo, vincere da juventini e quindi col leggendario gol di Muntari, ma in ogni caso ha preso un gruppo di reduci da due settimi posti e ci ha vinto tre scudetti di fila. Ricordo Matri, Quagliarella, Toni, Caceres, Asamoah, Lichsteiner, il già citato Giaccherini; insomma, non aveva in mano tutti Buffon e Pirlo. Di più: il vero colpo di quella squadra fu di andare a prendere un ormai dimenticato Barzagli a Wolfsburg e farne un pilastro della difesa insieme a Chiellini a Bonucci. Ha insomma dimosrato di saper tirar fuori il meglio dal materiale umano a disposizione.

Certo, avrebbe un certo numero di cose da farsi perdonare, per quanto fin da tempi non sospetti abbia dichiarato che la sua unica “fede” è quella legata alla professione e non alla squadra di appartenenza. Il periodo ipotetico dell’irrealtà di cui parlava nel lontano 2013 pare ora essere assai realizzabile.

Se fosse una persona furba e intelligente, e soprattutto se desse retta ai miei sogni, avrebbe probabilmente il modo per entrare nell’universo interista senza particolari traumi. Quel che leggerete di seguito è una pìa speranza, che pare già essere svanita leggendo i giornali di questi giorni. Caro Conte: come secondo, non portarti il pur logico e dignitosissimo Barzagli. Portati Cambiasso e presentati con lui, della serie “mi manda Picone”.

Arriverebbe con un campione recente e assoluto della storia nerazzurra, probabilmente quello con maggiori potenzialità di diventare un allenatore di successo, che potrebbe cominciare proprio da secondo la sua nuova vita.

Io il film me lo sono fatto andando a ripescare forse l’unico cartellino rosso di Cambiasso in Serie A, con il nostro che al culmine della frustrazione per una sconfitta in casa contro la Juve, è atterrato di suola sulla tibia del povero GIovinco in un intervento assolutamente improvvido, e come tale non da lui. Ebbene: in quella circostanza ricordo proprio Conte andare a frapporsi tra il Cuchu e l’orda di bianconeri in cerca dello scalpo del nerazzurro.

Resto un romantico sognatore, motivo per il quale la carrambata tra pelati palesi e pelati rinnegati non troverà spazio: ci troveremo Conte con Barzagli secondo e l’insopprimibile bisogno di ricorrere a massicce dosi di Maalox innaffiate da Fernet Branca.

Se c’è una cosa che da tifoso mi lascerebbe contento dell’arrivo di Conte sarebbe ricacciare in bocca ai soliti giornalettisti la frase fatta del “Conte va all’Inter solo come ripiego. Se Allegri non rimane, Conte torna alla Juve”.

Ecco, vedere la Juve che pur senza Allegri non si ricongiunge con Conte, e quindi dover ammettere che l’Inter è la sua prima scelta, sarebbe una magra ma piacevole consolazione, quantomeno per un ossessionato dai media come me.

Magari…

ICARDI SI ICARDI NO

L’imputato si alzi. A suo carico, leggo dal suo fascicolo, vedo:

  • Cattivi rapporti con parte dello spogliatoio. Solo i croati? Davvero? Quant’è grande la inevitabile zona grigia, che esclude i suddetti slavi ed altrettanto gli amici-amici? La possibilità di permanenza in nerazzurro dell’Icardi è a mio parere direttamente proporzionale all’ampiezza della succitata zona grigia;
  • Relazione con l’allenatore che pare compromessa, colpe e meriti di entrambi;
  • Scarsa o nulla collaborazione con la Società che, da Febbraio in poi, ha invano chiesto low profile e silenzio mediatico, a cui l’imputato ha risposto come visto in questi giorni;
  • Uno stato di forma sotto i livelli minimi di decenza, senz’altro complici i due mesi da scioperato, e la conseguente penuria di gol in stagione. Solo 10 finora, e non dimentichiamo che anche prima della querelle-fascia di capitano, il nostro era in astinenza da gol da qualche partita.

Certo, l’imputato ha anche le sue belle esimenti, oltre a qualche attenuante ed una fedina fin qui immacolata:

  • 100 e passa gol in 6 stagioni non è roba da poco, e tutti sono concordi nel ritenere questo 2019 come una sfortunata contingenza e non come un declino del giocatore (peraltro appena 26enne);

Forse con Marotta a bordo già da Luglio la questione avrebbe potuto risolversi in maniera più rapida e meno mediatica? Chi lo sa. Qui senz’altro non si è visto arrivare il bubbone… Cara Inter, ascolta uno ossessionato dai media: se la moglie-agente del tuo giocatore migliore ti informa che da Settembre sarà in TV tutte le domeniche a parlar di calcio, la cosa in qualche modo la devi tamponare.

  • Aldilà delle esternazioni del suo agente, che mi limito a definire inopportune, la ricerca della massimizzazione dei profitti da parte di qualsiasi professionista è un imperativo cui nessuno sfugge. Fa quindi parte del gioco tutta la tiritera legata al rinnovo del contratto ed all’aumento dello stipendio. Che la questione sia stata gestita male nell’insieme è pacifco, ma in questo caso è la Società a mio parere ad avere le maggiori responsabilità.

Raiola o Mendes non avranno labbra carnose e un metro di tette da mostrare a favor di camera (per quanto Raiola…), ma si sono mai visti ospiti fissi in una trasmissione che parla di calcio? Mai.

Solo una mente semplice o obnubilata può pensare di uscire indenne da 9 mesi di domande incrociate all’insegna “allora rinnova?” “perchè non ha ancora firmato?” “ma ci sono problemi?“.

In questo, torno a dire, Wanda fa il suo mestiere e difende gli interessi di famiglia, alternando polemiche, lacrime e scollature a seconda della convenienza. Non è il massimo in termini del già citato senso dell’opportunità o di understatement ma, hey, mica siamo a Buckingham Palace… Tu però, cara Società, cos’hai fatto davvero per evitarlo? E dopo che non l’hai evitato, cos’hai fatto per minimizzare entità e durata del danno.

Prima cagata che mi viene in mente: ti dò 100 lire in più di aumento ma basta ospitate in TV non concordate con il Club.

Odio concordare con Caressa, ma capita anche questo: domenica sera l’ho sentito auspicare una gestione più o meno dittatoriale dei diritti di immagine dei calciatori da parte delle società e questo, a un imperialista come me, suona come musica celestiale. Che tu sia Icardi o Piraccini, sei un calciatore dell’Inter e mi rappresenti anche quando sei sulla tazza del cesso. Ergo: dalle tue terga non esce nemmeno un peto se non l’hai prima concordato con me.

So’ poeta, checcevoifà

SI VA BEH MA ALLORA, ANDARE O RESTARE?

Sono un vecchio romantico, quindi alla fin della fiera vorrei che Icardi rimanesse. Fortunatamente ho superato la fase in cui il centravanti della mia squadra dev’essere il mio modello di vita (per quello restano i terzini biondi e tedeschi e i mediani pelati e argentini). Il mio ragionamento è assai più utilitaristico e poggia su due motivazioni discretamente nerborute:

Se Icardi lo dai via adesso, lo svendi. Troverai senz’altro soggetti interessati, ma scordati i 110 bomboloni della clausola. Verosimilmente lo puoi cedere per 70, forse 80 milioni.

Che, per carità, son gran soldi e, vista l’endemica necessità di plusvalenze, sistemerebbero i numeri del bilancio dell’anno. Però di fatto incassi la metà di quel che sarebbe stato il suo valore dopo una stagione all’altezza dell’Icardi che conosciamo.

Ragioniamo coi se e coi ma, per una volta: immaginiamo un Icardi con i “soliti” 25 gol in Campionato, cui sommare la buona figura fatta in Champions (6 partite e 4 gol, di cui 2 a Tottenham e Barça). Se ricordate, uno dei leit motiv di questo inverno, con acque ancora placide, era “aumentiamo la clausola! Anzi no: togliamola del tutto chè anche ad aumentarla comunque è come appiccicargli sopra il cartellino del prezzo, e il PSG di turno arriva e te lo porta via“.

Invece siamo al “diamolo via al primo che ci casca e se lo piglia”, come fosse un Balotelli qualsiasi; peggio; come nell’intramontabile scena di Amici Miei, tutti consapevoli che “chi si prende Donatella, deve per forza prendersi tutto il blocco”. E la cosa, in termini di valutazione del giocatore, non fa il bene del venditore.

Ma siccome ci piace ragionare coi se e coi ma, ammettiamo pure che l’Atletico di turno sia disposto a pagare la cifra in questione: 75 cucuzze e ciao-ciao Icardi (dall’esempio ho volutamente lasciato fuori l’ipotesi Juve, che complicherebbe ancor di più il dilemma). A quel punto, col portafoglio bello pieno, devi andare a trovare e successivamente comprare uno che faccia lo stesso mestiere, magari con un procuratore più tranquillo.

E qui casca l’asino: dove lo trovi?

Dybala? Non scherziamo. A parte che è una seconda punta, e poi fa a gara col nostro a chi ha fatto la stagione peggiore…

Dzeko? E dovrei portarmi in casa un 34enne che, per quanto elegante e che fa giocar bene la squadra, segna meno della metà di Icardi?

Lukaku? Forte, senz’altro lo strapaghi -ammesso che il Man Utd voglia venderlo- sia in termini di cartellino che di ingaggio, e poi non sai in che modo può ambientarsi in Italia.

Zapata? Sta facendo la stagione della vita, ma se andiamo su di lui gettiamo la maschera e dichiariamo che vogliamo vivacchiare e basta.

Quindi come la si risolve?

Il film che mi sono fatto -non ci vuole un genio per capirlo- è che vedo impossibile la contemporanea permanenza sua e di Spalletti. E, posto che nessuno dei due al momento gode del massimo della mia considerazione, mi tengo l’argentino e sacrifico il toscano.

Spalletti sente da mesi aria malsana intorno a sè, con la Società ancora una volta incapace di far quadrato intorno al proprio Mister e a lasciare passare spifferi e voci senza che nessuno senta il dovere di smentire.

Non è nemmeno escluso che Lucianino, capita l’antifona, abbia detto “beh se me ne devo andare allora mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa”: nessuno ha capito e probabilmente non sapremo mai la esatta genesi di tutto il putanoire legato alla fascia. Chi dice che il fastidio sia partito dallo spogliatoio, chi dal Mister, chi da Marotta.

Quel che è certo è che subito dopo Parma-Inter, vinta con gol di Martinez su bel movimento di Icardi, Spalletti ha abbaiato contro tutti senza nemmeno essere interrogato sull’argomento dicendo “è ora dibbbasta con ‘sta manfrina del contratto, ora la devono chiudere!” mostrando insofferenza tanto verso il giocatore quanto verso la dirigenza.

Ora: facciamo l’ultimo ricorso ai se e ai ma, e ipotizziamo che effettivamente Spalletti venga giubilato a fine stagione. Il nuovo Mister (agghiacciante o meno) arriverà in una situazione per lui nuova, e potrebbe tranquillamente dire “io non so cosa sia successo e non me ne frega niente: io so che qui c’è un numero 9 che la butta dentro come un cecchino e questo io me lo tengo!”.

Se invece è proprio la Società a voler far fuori Icardi, allora vedremo il nuovo allenatore districarsi tra frasi fatte del tipo “ho accettato perchè l’Inter ha una storia e un progetto, che va aldilà dei singoli giocatori”.

So di essere incoerente con quel che blatero di solito: sono di norma uno strenuo difensore del Mister di turno, perchè come sapete vedo nella scelta di quel tassello l’architrave della strategia societaria.

Faccio però molta fatica a preferire un addio di Icardi affinchè possa rimanere Spalletti, per un semplice motivo: la Società dà l’idea di essersi rotta le balle di entrambi. Tenere Spalletti vuol dire che non si è riusciti a prendere Conte (che piaccia o no), quindi per Spalletti vuol dire vivere una stagione da “sopportato”. Al primo pareggio stupido in casa parte la canea, matematico.

Posto che al momento l’epilogo più probabile è l’addio di entrambi (esemplificazione plastica del bambino e dell’acqua sporca buttati via, e proprio per quello paragone assai applicabile a latitudini interiste), almeno fatemi sperare di poter conservare una garanzia di gol per la prossima stagione.

INTERESSANTI PROSPETTIVE PER IL FUTURO

Ve ne sarete accorti, forse.

Da un po’ di tempo non sono più così puntuale nell’aggiornare i miei 25 lettori sulle sciagure dei nostri amatissimi eroi in braghette, ed il motivo è presto detto.

Ogni cosa fa il suo tempo, è inutile girarci intorno. L’appuntamento settimanale con le sbrodole a strisce nerazzurre è un passatempo che mi tiene compagnia da quasi 10 anni, prima su Facebook e dal 2013 a queste latitudini informatiche.

E’ una cosa che, ne sono certo, ha dato più soddisfazione e divertimento a me che a voi. Del resto, questo concedetemelo, non mi sono mai nascosto dietro un dito; mi sono dichiarato colpevole fin dall’inizio. Questo blog è stato e continua ad essere un atto di auto-indulgenza e narcisismo, vezzi concessi solo a noi artisti…

Quindi? Che ne sarà di tutta ‘sta manfrina? Ti ripigli le tue biglie e te ne vai?

No. Mica si chiude, chè se no come faccio ad alimentare il piccolo Bruno Pizzul che è in me?

Però si cambia, ecco. Del resto sono pochissime le cose che rimangono belle allo stesso modo nel tempo e, per quanto abbia una discreta considerazione di me in questo campo, non sono ancora ai livelli di Gianni Mura e della sua imprescindibile e immutabile Intervista al Campionato che saluto ogni anno tra una Ichnusa e l’altra nelle care estati sarde.

Morale: non vi libererete dei miei sproloqui, se questa era la vostra speranza.

Diciamo che cambierò un po’ registro, me la prenderò un po’ più con calma, senza essere per forza legato alla singola partita, al singolo titolo tendenzioso della Gazzetta…

Insomma, detta in termini aulici: farò un po’ come cazzo mi pare. Che come strategia programmatica mi pare un bell’inizio.

Qualcosa bolle in pentola; Artemio direbbe che ci sono… interessanti prospettive per il futuro.

Stei tiund, come dicono quelli fighi.

ADAGIO MA NON TROPPO

FROSINONE-INTER 1-3

Altri tre punti, un’altra partita archiviata. Finchè va avanti, bene così.

L’Inter arriva in terra ciociara e fa vedere una confortante solidità per più di un’ora, diventata già al lunedì mattina “un buon primo tempo seguito da una preoccupante ripresa“. La verità è che i nostri, pur ricevendo da Perisic e Icardi due tra le peggiori esibizioni stagionali, approcciano bene la gara ed approfittano del pressing avversario non esattamente asfissiante per partire dal basso e portare tanta gente a concludere. Paradigmatica in tal senso l’azione del vantaggio, con la matassa che si dipana ordinata da Handanovic ai difensori, fino ad arrivare a D’Ambrosio bravo a scendere sulla fascia e ancor più a pennellare er crosse. In area sono in quattro dei nostri: la prende quello più tabbozzo, ma il Ninja lavora bene di torsione scopadea (cit. Pellegatti) e fa 1-0.

La cosa confortante è che i nostri non si fermano. Ripeto: di fronte non abbiamo esattamente il Barcelona, nè il nostro vantaggio li smuove dall’atteggiamento attendista visto nel primo quarto d’ora. Fatto sta che i nostri pestano il loro blues sul solito Do/Fa/Do Sol/Fa/Do e Skriniar viene affossato in area. Rigore solare che Icardi cede “spintaneamente” a Perisic, il quale realizza di sinistro spiazzando Sportiello. Vero che Beavis è ambidestro, ma ne avevo visti solo due prima di lui tirare i rigori indifferentemente coi due piedi. Andy Brehme e Paolo Maldini (anche se Paolino quello col sinistro l’aveva sbagliato…). Ad ogni modo, 2-0 e tutti quasi felici. “Quasi” perchè, nonostante il doppio vantaggio, ci sarebbe spazio per il triplone, con Politano a mangiarselo dopo bella incursione centrale e per mancanza di cazzimma in un altro paio di occasioni.

Poco male. Si riparte come si era finito, con i nostri ancora in controllo del match fino a un paio di minuti prima del gol che riapre per un po’ la partita. Skriniar & Co. hanno tre o quattro volte l’opportunità di liberare l’area, al limite anche con la proditoria pesciada in fallo laterale, e invece cincischiano consentendo al Frosinone un pressing quasi involontario, che porta Cassata (nomen omen) a concludere da fuori e Handanovic a toccare ma non a respingere.

Seguono 10 minuti di chiavicanza, più per nostro smarrimento che per reale pericolosità dei gialli di casa: Ciano sfiora il gol della vita su punizia, ma per il resto si viviacchia. Entra Keita per dare il cambio a un Perisic già segnalato sotto i livelli minimi di decenza, e si presenta con un siluro che voleva essere un cross teso per Icardi, che a momenti rimane decapitato nell’urto con la palla. Fuor di metafora, aggiungiamo pure che un centravanti in stato di forma appena migliore avrebbe comunque fatto gol.

L’ex Capitano si fa per così dire perdonare nei minuti finali, quando sfrutta bene l’animalanza di Vecino, con cui triangola sapientemente al limite dell’area e sul filo del fuorigioco per il 3-1.

L’ultima parola agli uruguagi (cit.).

LE ALTRE

La Juve ha l’innato potere di fare incazzare sempre tutti, e decide quindi quasi scientemente di perdere a Ferrara, suscitando le perplessità e le critiche sempre assai urbane di Sinisone Mihajlovic. Probabilmente la giustificazione della formazione da asilo Mariuccia era “per preparare al meglio il ritorno con l’Ajax”.

Cito Luca Bottura quando parlava di “battuta Ikea”: chiudetevela da soli, fa comunque ridere.

Il Milan rischia seriamente di arrivare quarto avendo battuto la Lazio e beneficiando dell’inatteso pareggio dell’Atalanta. La lontananza del malefico duo Silvio/Geometra ha forse affievolito il mio odio calcistico nei loro confronti, ma seguo sempre con disprezzo le loro gesta, soprattutto quando cercano di nascondere o minimizzare malefatte e colpi di genio che ad altre latitudini avrebbero campeggiato per settimane sulla stampa nazionale.

E’ COMPLOTTO

Nulla di particolarmente nuovo o trascendentale da segnalare, se non la convinta e pervicace insistenza nel dipingere l’Inter come il posto da cui tutto vogliono o debbano andarsene. Tra le poche certezze della vita, insomma, rimane l’immortale #CrisiInter.

Spalletti rischia di rimanere anche la prossima stagione unicamente perchè esonerarlo costa troppo. Nulla che abbia a che fare con un’analisi dei suoi risultati (buoni o scadenti che siano).

Conte in realtà potrebbe “beffare” l’Inter ed accordarsi con la Roma, iscrivendosi all’affollatissimo club di quelli che “l’Inter l’avrebbe anche preso, è stato proprio lui a dire di no”.

Icardi e Perisic, chettelodicoaffà, dovranno comunque essere venduti per far fronte ai già ricordati malumori di spogliatoio e per rispettare i paletti del FPF che continua ad aleggiare sull’orizzonte nerazzurro pur in conclusione di Settlement Agreement. Il che è corretto da un punto di vista normativo: l’Inter a Giugno chiuderà il periodo di “sorveglianza”, ma dovrà continuare a rispettare -come ogni altra squadra affiliata alla UEFA- i parametri prescritti.

La questione, al solito, è quella del Same but Different. Non si capisce infatti perchè, ad esempio, le stesse cautele -ripeto: sacrosante- non siano mai prese in considerazione quando si blatera di fantamercato di altre squadre, con numeri di bilancio decisamente peggiori di quelli nerazzurri.

Ma sarei un ingenuo a stupirmene.

“Ma amici mai, per chi si ama come noi, non è possibile…”

DOVE ERAVAMO RIMASTI

INTER-ATALANTA 0-0

Torno a compitare le mie massime sui nostri amatissimi dopo un pareggio che, fuori dal contesto di classifca, mi avrebbe visto smadonnante, e che invece mi corrobora come un piatto di zuppa calda in una notte di fine inverno (so’ poeta, checcevoifa’).

Certo, un Icardi come si deve avrebbe battuto Gollini a metà primo tempo e verosimilmente l’avremmo portata a casa ma, viste le poche partite rimaste da giocare, un occhio va fatalmente a calendario e classifica, che dice +5 sugli inseguitori più prossimi e una partita in meno da giocare.

Non siamo bravi a fare questi giochini di calcolo e precisione, il girone di Champions ne è la conferma temporalmente più vicina. Oltretutto, l’infortunio di Brozovic in questo momento è quanto di peggio potesse capitare, vista la centralità di Ajeje nel progetto di squadra di Spalletti.

Borja Valero ha piedi e testa migliori, ma anagrafe e fisico buoni per non più di mezz’ora di partita (preferibilmente l’ultima, con lui fresco e gli avversari con 60′ di gioco nelle gambe). In questo senso, illluminante ieri il cambio deciso da Spalletti a metà ripresa, quando sacrifica un Gagliardini tornato alle nefandezze perpetue dopo i brilli estemporanei di Genova (cinquemila lire di SIAE al Prof. Fiumi del Liceo Zucchi) e ci permette di ritornare in controllo del match, dopo mezz’ora buona a cavallo dei due tempi in cui i nostri faticano e non poco a contenere Ilicic e il resto dei Gaspe-boys.

Icardi, su cui, se mai l’avrò, occorrerebbe qualche settimana per sunteggiare il recente vissuto, fa benissimo quel che la critica votata al bel giUoco gli chiede da anni: partecipa all’azione lanciando Perisic dopo pochi minuti e favorendo lo splendido lob di Vecino poco dopo, che un ottimo Gollini mette in corner.

E’ beffardo ma forse inevitabile che tanta qualità in fase di raccordo e rifinitura vada a discapito della proverbiale freddezza sotto porta, con Maurito a sbagliare un gol che normalmente segna ad occhi chiusi. Non che la palla sia così facile da “scavare”, ma da lui… questo ed altro.

Ad ogni modo, poco dopo Politano arriva due volte al tiro nella stessa azione e con quello sostanzialmente finisce il nostro primo tempo. L’Atalanta prende coraggio e, pur senza creare grandi occasioni, gestisce la partita per il resto della frazione.

La ripresa sostanzialmente continua sullo stesso canovaccio, con Gagliardini a perdere una palla tanto grave quanto prevedibile -quantomeno da me: inizio a dire “dalla via! non fare cagate!! occhio che arriva l’uomo!!!” ben prima che la realtà confermi i miei timori- e Ilicic a mettere il Papu solo a porta vuota. Per fortuna l’argentino ha le gambette corte, e per questioni di centimetri rimaniamo con la porta inviolata.

La partita continua con il nulla di Perisic mostrato per 90′ e con sprazzi di un Vecino convincente, come quando con l’esterno destro tocca benissimo per l’inserimento del Ninja, troppo debole però per impensierire il portiere avversario.

E’ quasi finita ed è come se entrambi i pugili fossero convinti di averla vinta ai punti. Nessuno può dirsi pienamente soddisfatto ma, come detto in apertura, entrambi rosicchiano un punto al Milan e mantengono il distacco inalterato su Lazio e Napoli.

Anche il Napoli, ebbene sì: proprio in quanto interista nell’intrame guardo con preoccupazione a chi ci sta dietro, ma un occhio ogni tanto a chi sta davanti lo butto….

LE ALTRE

Gli uomini di Ancelotti hanno piano piano consegnato lo scudetto alla Juve, infilando il pareggio casalingo col Genoa come ultimo anello di una stagione che li ha visti sempre più come seconda forza indiscussa. Troppo forti per tutte le altre, troppo deboli per impensierire Allegri & Co.

Cosa mi fa essere allora speranzoso? Il fatto che, proprio perchè ormai chiuso, il Campionato possa essere visto dagli azzurri come un fastidioso appuntamento tra le fatiche di Europa League, e che possa quindi vederli scialacquare qualche altro punticino per strada. All’ultima giornata ci sarà lo scontro diretto in trasferta: l’anno scorso con la Lazio ci ha detto bene…

In realtà, aperti gli occhi dal bel sogno (chè quello è e quello rimane…), tocca azzerare le tafazzate, e vincere almeno le prossime due, contro Frosinone e soprattutto Roma in casa. Di incroci pericolosi ce ne saranno parecchi, per noi ma anche per la canea di squadre alle nostre spalle. Testa sulle spalle e poche cagate: dipende tutto da noi. Facciamo finta che sia un vantaggio…

E’ COMPLOTTO

Sempre in attesa di sviscerare i peggiori istinti della stampa italiana nella vicenda Icardi, faccio solo presente il reiterato ricorso al seguente sillogismo:

Mauro non va d’accordo con Spalletti, nè con Perisic: a giugno inevitabilmente Icardi andrà via.

Spalletti non va d’accordo con Icardi: è ormai al capolinea l’avventura del tecnico all’Inter.

Perisic ha ridotto a zero i suoi rapporti con Icardi: a giugno per lui si apriranno le porte della Premier.

Morale: siccome la convivenza tra questi tre soggetti, per vari motivi e con varie responsabilità, pare essere ormai impossibile, salomonicamente andranno via tutti e tre.

Bello poi sentire Marco Cattaneo eccitarsi mentre dice “e domani l’Atalanta battendo l’Inter potrebbe arrivare a soli due punti dal terzo posto!” evitando anche solo di contemplare l’ipotesi di una vittoria interista, che avrebbe portato i nostri a 7 punti di vantaggio sui quarti, e guardandosi bene dal dire che il pareggio o la vittoria atalantina avrebbero significato problemi per il Milan.

Da parte loro, i rossoneri hanno tutte le ragioni a lamentarsi dell’ennesimo atto di sudditanza arbitrale nei confronti di “quelli là”. Il “mani” di Alex Sandro è beffardamente simile, anche nell’angolo di campo, al fallo fischiato due anni fa a un De Sciglio ancora di rossonero vestito, che decise nel recupero una partita ferma sul pari.

Non ci sono molte alternative alla scontata citazione de La fattoria degli animali: i maiali, cioè i gobbi fuor di metafora, sono più uguali degli altri. Il VAR ha innegabilmente fatto calare il numero di errori e tra le sue poche colpe ha quella di essere arrivata con decenni di ritardo. Detto ciò, la casistica del fallo di mano, è senz’altro quella cui va… messo mano (perdonate il gioco di parole) prossimamente. Personalmente sarei favorevole a criteri rigidi e per nulla interpretabili, che in buona sostanza limitino il più possibile la discrezionalità dell’arbitro.

Al famigerato trofeo BerlusCaloni, che mi vide inopinato vincitore nell’anno aureo 2010, avevamo una regola semplicissima. La tocchi di mano? E’ sempre fallo. Carambola, involontarietà, rimpallo… Frega un cazzo: è fallo.

Quattro moccoli la prima volta, e poi tutti d’accordo: dura lex sed lex.

E’ chiedere troppo?

Chiudo con l’ennesimo parallelo tra gli effetti degli errori arbitrali sulle opposte sponde del Naviglio: di qua, quando lo si prende inder posto, arrivano moniti a non mettere in dubbio la buona fede e, citando i classici, a stare zitti. Al più si ammette l’errore, interpretandolo come una buona occasione di crescita per l’arbitro.

Di là si chiede scusa.

Pallonetto a voragine, l’azione più bella della partita…

SPECCHIO RIFLESSO

MILAN-INTER 2-3

Se già il Derby di andata, giocato in condizioni di morale e classifica assai diverse, era stato presentato come uno scontro tra il bel giUoco dei rossoneri e la cinica fisicità dei nerazzurri, potete ben immaginare -anzi, già lo sapete come me- come la critica abbia introdotto la partita di domenica. Da una parte una grande famiglia, capace di stringersi intorno al proprio allenatore e di valorizzare al meglio gli ultimi acquisti, in grado di far dimenticare la star viziata che ha chiesto e ottenuto di migrare oltremanica. Dall’altra parte, un’accozzaglia di craniolesi in crisi di astinenza da fenotiazine, con un Mister pronto a svuotare l’armadietto e uno spogliatoio pronto più del solito a #guèradebbande.

Fatta la cordiale premessa, il sifulotto torna turgido a intrudersi tra le terga rossonere, sconfitte come all’andata e come in 3 delle ultime 6 sfide (le altre tre sono pareggi di cui uno acchiappato al 97′ e da loro festeggiato manco fosse stato uno Scudetto…).

Se volete l’illuminato punto di vista dello scrivente, mi sono apprustato alla poltrona di casa pronunciando le seguenti parole: “poche volte sono stato così rassegnato all’inizio di un Derby“. Cazzo, datemi torto! Dopo aver visto dal vivo lo scempio di giovedì scorso in Europa League, circondato da un gruppo di toscani che apostrofavano quasiasi giocatore, interista o tedesco, al grido di “sudicio!! vagabondo!!“, chi se l’aspettava un’Inter coi controcazzi a martellare dal primo minuto?

E invece, Vecino pesta giù la partita dell’anno e non a caso apre le marcature dopo 3 minuti. L’azione è bella dall’inizio, con Lautaro bravissimo a fare da sponda sul cross di Perisic, dopodichè… la prende Vecino.

Il Milan non ci capisce molto, e la partita continua con un quasi monologo dei nostri: solo Paquetà e Çalhanoghlu impensieriscono Handanovic, mentre nell’altra area prima Vecino e poi Skriniar di testa si divorano il raddoppio. Vantaggio meritatissimo all’intervallo e paura fottuta che, come già tante altre volte, i nostri pensino “beh il nostro per oggi l’abbiamo fatto“.

Invece no! Anzi, sul corner a inizio ripresa non faccio nemmeno in tempo a sacramentare per lo stucchevole scambio corto dalla lunetta, che il sinistro a giro di Politano arriva bel-bello sulla capoccia di De Vrij: parabola arcuata (cit. Brunone Pizzul) e Donnarumma uccellato. A me ha ricordato il gol di Cruz in un Juve-Inter del 2005, ma qui so di essere malato grave…

Da notare, visto che non lo fa nessuno, l’ottimo “Alessietto” Romagnoli colpevole su entrambi i gol.

Morale, siamo 2-0 con 40′ da giocare. Appena prima del cambio della disperazione, Bakayoko pensa bene di festeggiare l’inevitabile Primo Gol in Serie A contro l’Inter, timbrando di testa il 2-1 con una bella girata che beffa prima Gagliardini e poi Handanovic.

Nemmeno il tempo di cacarci sotto, che Castillejo (ricordiamo: “Samu” per gli amici e Peppe Di Stefano) la combina grossissima, sgambettando Politano che usciva dall’area per preparare la conclusione mancina. L’arbitro rischia i legamenti e cade, ma fischia il rigore sacrosanto. Il Toro non trema e fa 3-1 “sotto la Nord festante” (questa invece arriva dritta dritta da Giorgio Bubba).

Non è ovviamente finita, perchè il gollonzo è in agguato sottoforma di Musacchio, lo stopper del cacchio, che prima segna e poi si guarda intorno incredulo. Smadonno reclamando un fuorigioco di Piatek che in effetti non è fischiabile, ma a mia discolpa credevo che la palla l’avesse presa lui e non D’Ambrosio.

I nostri però tengono, ed è proprio il ceruleo napoletano a immolarsi al 96′ respingendo la botta ignorante dell’ignorantissimo Cutrone, che si trova l’urlo da invasato ricacciato in gola (e mi limito alla gola…).

Gran Derby, vinto in maniera tanto netta quanto insperata. Siamo e restiamo una manica di psicolabili, ma siamo ontologicamente migliori di quelli là.

LE ALTRE

Ora che non conta più nulla, la Juve perde una partita. La vedo come la concessione fintamente bonaria del dittatore di turno. Il popolo se non altro passa una piacevole domenica. Il Napoli batte l’Udinese non senza patemi, mentre la Roma perde a Ferrara facendo un favore a entrambe le milanesi.

E’ COMPLOTTO

Tante piccole perle che ci ricordano quanto, a prescindere dal risultato, ci sia una parte di Milano nella quale il sole splende sempre, ed un’altra condannata a ripararsi dalle intemperie anche quando vince.

Come già detto: loro sono una grande famiglia, noi è CrisiInter.

Esagero? Vediamo:

Lungi da me voler difendere l’essere umano Icardi, poco si può dire delle abilità calcistiche del soggetto.
Siamo alle solite: il fatto che abbia 4 in matematica non dovrebbe autorizzare nessuno a darmi automaticamente anche l’esame di latino. Ma, se la cosa non valeva per il “me” liceale, evidentemente non vale nemmeno quando si parla di Inter.
Non c’è una logica, è così e basta. E’ complotto.
Quindi, tornando alla partita, bravo Martinez a fare da sponda sull’1-0 di Vecino, resistendo alla tentazione di capocciare in porta. Lapidaria la conclusione: Icardi non l’avrebbe passata. L’ho letto sulla Gazza cartacea di ieri, non lo trovo on line, fidatevi.

Se è per questo il Corriere non è da meno, solerte a confermare che nemmeno il derby salverà Spalletti. Grazie, correvamo il rischio di rilassarci un attimo…

Il meglio però arriva da Repubblica, sotto forma di sgub di Marco Mensurati, a sentir lui informato da anonima fonte interna. Ci dice -guarda caso a poche ore dal Derby, tanto per non agitare ulteriormente le acque- che la ricostruzione del caso-Icardi è in realtà assai più vicina alla versione propugnata da Mauro e Wanda: la fascia gli è stata tolta su richiesta di Spalletti dopo che, da Capitano, era insorto contro l’allenatore colpevole di rimproverare i compagni. Insomma, tutto il contrario di quel che l’Inter fa trapelare da settimane. Del resto, perchè accontentarsi della versione ufficiale, se possiamo tirare un po’ di merda nel ventilatore?

Non ci si ferma certo qui: si narra, once more with feeling, dell’immancabile spogliatoio spaccato, con una significativa novità di giornata: ci sono tre “bande”.
Non gruppi, nemmeno fazioni. Proprio “bande”.
Potevano scrivere “gang” o “mandamenti” già che c’erano. Ma non divaghiamo: ci sono i sudamericani (belli i tempi del Triplete in cui gli argentini litigavano coi brasiliani…), ci sono gli slavi (quantomeno non ha scritto”gli zingari”) e ci sono gli italiani.
Eccola qui, la primizia! Dopo anni a passeggiarci sui testicoli sull’Inter vergogna d’Italia per mancanza di autoctoni, eccolo finalmente, lo zoccolo duro di connazionali, panacea di tutti i malanni di stagione e garanzia di virtù e rettitudine in qualsivoglia luogo di lavoro: 7 nostrani in rosa, sufficienti a creare una delle tre bande e viziare ancor di più il già mefitico “clima in spogliatoio”.

Un giorno qualcuno mi spiegherà perchè la redazione sportiva di Repubblica ha questa atavica antipatia per l’Inter: so’ lupacchiotti, si sa, ma per lo meno in contrapposizione al Berlusconismo era lecito aspettarsi non un occhio di riguardo (quello mai), magari solo l’onestà intellettuale.

Gianni Mura è ovviamente oltre l’empireo e poco ha a che fare con i vari Crosetti, Bocca e Vocalelli (sì, quel Vocalelli), ma davvero un astio così non lo vedo nemmeno dalle parti della gazzetta del balengo torinese.

Ce ne faremo una ragione eh? La cosa non mi toglie certo il sonno.

E comunque, apparecchiato il piattino demmerda per i nerazzurri, ecco come, in netta contrapposizione, viene raccontato il pre- e il post-derby rossonero.
Anzitutto, il caro buon Silvio non si trattiene e consiglia da lontano come fare a vincere la stracittadina. Punta tutto su Suso, Berlusca, con lo spagnolo che di contro è unanimemente definito il peggiore in campo.

La chicca, per chi ha fatto del concetto di “gruppo affiatato come una famiglia” un mantra leggerissimamente ridondante negli ultimi trent’anni, è gentimente offerta al momento del cambio di Franck Kessie, con l’ivoriano braccato da tre coraggiosi compagni di squadra, pronti a scongiurare l’eliminazione fisica di Lucas Biglia.

L’unico a uscirne bene, come al solito, è Gattuso, splendido quando dice “potrò anche non capire niente di calcio, ma su concetti come rispetto di regole e gerarchie ci ho costruito una carriera” e ancor più da applausi quando si lascia scappare “mo’ l’importante è che parlino loro, io ci parlo in settimana”, e “meno male che non ho visto tutto il cinema se no mi buttavo pure io nella mischia“. Un grande.

Tutti gli altri sono da oggi le comiche: i due pierini, presi da Leo e Maldini e mandati in favor di telecamere a darsi la mano e giurarsi amore eterno. Ancor di più la stampa, sempre pronta a gridare alla crisi e alle tensioni interne da un lato del Naviglio, ed altrettanto solerte sull’altra riva a minimizzare, contestualizzare e ridurre il tutto a “cose che succedono ma che rientrano subito”.

E poi, se ci pensate bene, probabilmente Kessie era scosso per i buu razzisti ricevuti durante la partita. Insomma, colpa dell’Inter anche qui.

Infine, un pizzico di goduria in più al fischio finale, avendo intravisto in tribuna Pippo Inzaghi ancora stipendiato dal Bologna ma accorso a vedere la squadra del cuore pigliarla ancora una volta inder posto!

Rappresentazione plastica di spogliatoio spaccato: ecco il classico Royal Rumble, il tutti contro tutti degno del peggior Wrestling anni ‘80


PREPARATI AL PEGGIO, SPERA NEL MEGLIO

INTER-SPAL 2-0

Partiamo dalle buone notizie, così facciamo presto. L’Inter vince una partita tutt’altro che facile, porta al gol Politano e Gagliardini e gioca un’ultima mezzora di decorosa decenza. Martinez l’unico a farsi il mazzo per tutti i 90′, con un gol tanto bello e di garra quanto giustamente annullato per controllo malandrino di braccio.

Fine.

Ora inizia il cahier de doléance, per il quale dovrò ricorrere al poco elegante elenco puntato:

Primo: il match fino al gol è stato di una pena infinita. Dozzine di errori tecnici da terza categoria (Gagliardini dimostra quanto strano sia questo sport, sbagliando appoggi in serie per 70 minuti e poi segnando un bel gol che lo consegna ad un ultimo tratto di gara da dominatore del centrocampo), poche e confuse idee in fase di costruzione, con Brozovic assente già prima di essere sostituito e Asamoah a creare casino -nemmeno organizzato- sulla sinistra.
Certo non ha aiutato la morìa di indisponibili e di non rischiabili in vista del Derby, ma se c’era bisogno di capire quanto l’Inter dipenda da tre o quattro giocatori, domenica ne abbiamo avuto l’ennesima conferma.

Secondo: Spalletti, ahimé, dal bailamme di queste settimane, mi pare non uscire benissimo: la gestione della rosa e le poche alternative ai tanti indisponibili non sono problemi facilissimi da risolvere, ma l’impressione è quella di un uomo che non abbia il pieno controllo dello spogliatoio.
Ho trovato interessante, pur senza condividerla in pieno, la considerazione fatta da Capello qualche giorno fa, e secondo la quale era l’allenatore e non la Società a dover intervenire per normalizzare una situazione che riguarda rapporti tra i giocatori. Diciamo che, tra il faso todo mi e il continuare a ripetere “so una sega chiedete agli altri” probabilmente ci sono alcune vie di mezzo.
Che il ragazzo sia permalosetto e caratteriale è noto, ed ancora una volta mi chiedo cosa diavolo aspettiamo a rapire il Cuchu Cambiasso e tenerlo sequestrato alla Pinetina per il prossimo trentennio con pieni poteri. Magistrale, in ordine di apparizione, la risposta data alla domanda di Caressa “ma dimmi “Gusciu”, nell’Inter dei tuoi tempi una roba come quella di Icardi sarebbe mai successa?“. Cintura nera di paraculaggine e applausi a scena aperta.

Terzo: C’è un soggetto della Società di cui ancora non ho parlato e il cui silenzio è letteralmente assordante. Il Capitano, quello vero, quello che probabilmente più di tutti poteva toccare le corde giuste in questa vicenda da neurodeliri. Ecco, Zanetti in tutto questo dove cacchio è? Cosa cacchio sta facendo? Argentino, ex compagno di squadra, collega di “capitananza”, quale migliore sponda poteva trovare il Club per interloquire off records con Maurito? Eppure, tutto tace e tutti tacciono. Qualche “si dovrebbe“, qualche “sarebbe opportuno“. Siamo tutti concordi nel dire che i grandi ex giocatori fanno il bene delle Società perchè portano il know-how del calciatore, sentono gli umori dello spogliatoio, hanno -per usare il terribile gergo aziendale- le soft skills necessarie a far parlare universi lontani quali il giocatore tabbozzo e il dirigente azzimato. Detto ciò: se non è questo il caso di scuola in cui far vedere il tuo valore aggiunto, quale cacchio è, di grazia?
Ogni giorno passato senza una soluzione scava un fossato sempre più profondo tra Club, giocatore, squadra e tifosi: ognuno si costruisce la “sua” verità che sarà sempre più difficile sostituire a quella “ufficiale” a cui attenersi. Come già ho detto nei miei ultimi sproloqui, non ci sono innocenti in questo troiaio, se non i tifosi che siano pensanti e non assatanati integralisti, alla caccia di sangue e lotte intestine.

Quarto e ultimo: Infine, in un intingolo che dà un sapore squisitamente interista ai prossimi giorni, ci troviamo a giocarci buona parte della stagione con la rosa ridotta all’osso, con il FPF che sarà pure al tramonto ma che fa vedere quanto male faccia dover lasciare fuori dalla lista UEFA alcuni giocatori, e soprattutto con infortuni che al me complottista sembrano assai strani.
Il fatto che in quattro giorni i “nemici giurati” di Icardi chiedano il cambio che pare essere precauzionale può essere letto in tanti modi. Dal “vuoi fare la fighetta? Adesso lo facciamo anche noi e vediamo quel che succede” al “ci chiamiamo fuori dai due match clou in modo da forzare il fu-Capitano a farsi un esame di coscienza e rispondersi “ok, hanno bisogno di me, rientro“.
Se siamo nel primo caso, facciamo davvero a chi si martella le balle con la clava più grossa, non riuscendo a scorgere alcun vantaggio da un comportamento simile. Se invece ricadiamo nel secondo esempio, direi che il tentativo -che sia considerato lodevole o vagamente mafioso- è in ogni caso miserevolmente fallito.

E’ COMPLOTTO

Esattamente come il Professor Fiumi del Liceo Ginnasio B. Zucchi all’inizo dell’anno disse “ragazzi quest’anno non voglio dare esami a settembre, non fatemi dare esami a settembre” e poi immancabilmente ne rimandò un paio (non io! ma solo perchè non era un mio professore…), anche io a ‘sto giro non volevo aggiornare il quaderno dei cattivi, lamentandomi di questo o quel giornalista.

Però Lorenso Minotti merita una valida eccezione, anzi, ezzesione, come direbbe il simpaticissimo nella sua impeccabile dizione. Curioso anzitutto che, come già in Inter-Bologna, il nostro sia uno dei commentatori allorquando l’avversaria è una squadra emiliana

Voce fuori campo: Sì Mario, sì… qui sommi al tuo complottismo l’innata malfidenza nella generalmente riconosciuta simpatia tipica della terra dei turtelèn.
Risposta: Vero, e allora?

Come spiegare altrimenti la continua critica a qualsiasi cosa che riguardi il nerazzurro del nostro amatissimo? Un paio di esempi: Compagnoni ci informa dell’assenza di Icardi allo stadio, scelta che secondo me è stata opportuna. Nel giorno dei festeggiamenti per il 111° anno dell’Inter, con lo stadio ancora una volta gremito da più di 60 mila persone, posso solo immaginare i decibel di fischi che sarebbero stati riservati alla coppia argentina ad ogni inquadratura. A quel punto non cambia niente: stai a casa ed evita un inutile bagno di folla e di sangue.

Ecco invece il commento del saputello primo della classe, a match nemmeno iniziato: “e qui già non cominciamo bene“.

Prosegue, il nostro, nello squadernare statistiche da cui sistematicamente la SPAL pare essere il Real Madrid di turno e i nostri la Campania Putelolana.

Il tocco di classe lo riserva in occasione dell’ammonizione data a tal Valoti: ” eh, Mattia qui è entrato sull’uomo e ha fatto fallo“. Mattia? Ma chi è, tuo fratello?

Per la mia salubrità mentale dovrei prendere esempio dal Signor Padre e iniziare a guardare le partite senza commento tecnico, ma siamo all’effetto gattino spiaccicato in strada: ti fa schifo, ma non ce la fai a non guardarlo.

La cosa migliore della partita del Gaglia…